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Focus editoriale

"La gabbia di Pinuccia"

Riflessione morale-giuridica e sociale

a cura dell'Avvocata Bettina Pisanu

Il libro "La gabbia di Pinuccia" di Giancarla Marongiu è un'opera intensa che affronta temi profondi e ancora oggi molto attuali, legati alla dignità della persona, alla tutela dei diritti e al ruolo della società e del diritto di fronte alla sofferenza umana. È un libro che, pur raccontando una storia ambientata in un contesto preciso, parla direttamente al nostro presente. La vicenda di Pinuccia e delle figure che ruotano attorno a lei non appartiene solo al passato: è una storia che continua a ripetersi, sotto forme diverse, anche nella società di oggi.
Pinuccia è il simbolo di tutte quelle persone che vivono intrappolate in una "gabbia" invisibile, costruita non solo da relazioni familiari oppressive, ma anche da una cultura che giustifica il silenzio, la rassegnazione e la paura. Attorno a lei si muovono personaggi che rappresentano ruoli sociali ben riconoscibili: chi esercita il potere, chi osserva senza intervenire, chi intuisce la sofferenza ma non trova il coraggio di esporsi. È proprio questo intreccio di responsabilità mancate a rendere il romanzo cosi attuale.
Dal punto di vista morale, il libro ci interroga come adulti e come comunità. Pinuccia non è sola perché mancano le persone, ma perché manca l'ascolto. La sua condizione ci ricorda che il male non si manifesta solo attraverso chi agisce, ma anche attraverso chi sceglie di non vedere. Oggi, in un'epoca in cui si parla molto di diritti e di libertà. La gabbia ci costringe a chiederci quanto siamo davvero disposti a mettere in discussione le dinamiche familiari, sociali e culturali che producono esclusione e sofferenza.
Sul piano giuridico, il romanzo mette in luce una verità ancora estremamente attuale: la legge esiste, ma non sempre riesce a raggiungere chi ne avrebbe più bisogno. Pinuccia resta intrappolata anche perché il sistema di tutela non intercetta il suo disagio in tempo, o lo sottovaluta. Questo richiama direttamente il presente, in cui la protezione delle persone vulnerabili dipende non solo dalle norme, ma dalla capacità concreta delle istituzioni, dei professionisti e dei cittadini di riconoscere i segnali e agire. Il diritto, ci suggerisce Marongiu, deve essere vissuto come responsabilità collettiva, non come semplice apparato burocratico.
Dal punto di vista sociale, "La gabbia di Pinuccia" è una denuncia forte contro l'indifferenza.
I personaggi che circondano Pinuccia rappresentano una società che preferisce mantenere l'equilibrio apparente piuttosto che rompere il silenzio. È un meccanismo che riconosciamo ancora oggi: il timore di "immischiarsi", la normalizzazione di situazioni sbagliate, l'idea che certi problemi appartengano alla sfera privata. Il romanzo ci mostra invece come nessuna gabbia sia davvero privata, perché ogni forma di esclusione e sopraffazione riguarda l'intera comunità.

Riflessione sui personaggi
Ne "La gabbia di Pinuccia", Giancarla Marongiu costruisce un sistema di personaggi che non svolgono solo una funzione narrativa, ma incarnano veri e propri ruoli sociali.
Attraverso di loro, il romanzo mette in scena le dinamiche che permettono alla "gabbia" di esistere e di perpetuarsi.
Pinuccia è il centro morale del racconto. Non è semplicemente una vittima, ma il simbolo di una soggettività negata. La sua condizione mostra come la privazione della libertà non nasca all'improvviso, ma sia il risultato di un lento processo di isolamento, normalizzato e accettato dall'ambiente circostante. Pinuccia rappresenta oggi tutte le persone che, pur vivendo formalmente all'interno di una comunità, restano invisibili agli occhi delle istituzioni e della società. La sua storia ci costringe a interrogarci sul confine tra ciò che viene considerato "privato" e ciò che dovrebbe invece essere riconosciuto come una violazione della dignità umana.
La figura di chi esercita il controllo e il potere su Pinuccia non è presentata solo come individuo responsabile, ma come prodotto di una cultura che legittima il dominio e il possesso. Questa è la figura paterna ma anche il Fratello Lorenzo seppure anche lui in certo senso vittima del controllo paterno. Questo personaggio, ovvero il padre ma anche marito, incarna un modello di autorità distorta, che oggi riconosciamo ancora in molte forme di sopraffazione domestica e relazionale. La sua presenza nel romanzo solleva una questione fondamentale: il potere non è mai solo personale, ma trova forza nel contesto che lo tollera o lo giustifica o ancora lo teme
Accanto a loro emergono i personaggi che osservano, che intuiscono il disagio ma scelgono di non intervenire. Pensiamo agli zii che devono mantenere la parola data ma che poi verranno attagliati dal rimorso per aver mentito per aver fatto soffrire per aver agito senza verità. Sono figure centrali dal punto di vista sociale e giuridico, perché rappresentano la zona grigia della responsabilità. Non agiscono direttamente il male, ma lo rendono possibile attraverso il silenzio. Oggi questi personaggi parlano a ciascuno di noi: vicini, conoscenti, professionisti, cittadini che preferiscono non "vedere" per non complicarsi la vita.
Particolarmente significativa è la presenza di figure che avrebbero potuto offrire protezione, ma che risultano inefficaci o distanti. Esse richiamano il tema della fragilità delle istituzioni e dei sistemi di tutela. Nel romanzo, come nella realtà contemporanea, il diritto esiste ma non sempre riesce a tradursi in protezione concreta. Questi personaggi pongono una domanda scomoda: quando la legge non raggiunge chi ne ha bisogno, di chi è la responsabilità?
Infine, il contesto umano che circonda Pinuccia - fatto di consuetudini, giudizi, paure e rassegnazione diventa esso stesso un personaggio collettivo.

È la società, che costruisce la gabbia tanto quanto le singole azioni. Una società che preferisce l'ordine apparente alla giustizia, e che ancora oggi fatica a riconoscere che la libertà e la dignità non possono essere sacrificate in nome dell'abitudine o della tradizione.

Ignazio e Felice due uomini con morali contrapposte di rettitudine.
Ne "La gabbia di Pinuccia", Giancarla Marongiu affida a Ignazio e Felice il compito di incarnare due forme opposte e al tempo stesso complementari di rettitudine morale. Attraverso di loro, il romanzo non propone una distinzione semplicistica tra "buoni" e "cattivi", ma invita il lettore a riflettere su cosa significhi davvero essere giusti. Ignazio rappresenta una morale fondata sull'ordine, sulla regola e sul rispetto formale dei doveri. È un uomo che si percepisce come corretto, integro, rispettabile. La sua rettitudine è legata all'idea di non oltrepassare i confini stabiliti, di non interferire, di mantenere l'equilibrio sociale. In questa prospettiva, Ignazio non si sente responsabile di ciò che accade dentro la "gabbia" di Pinuccia, perché ritiene di non aver infranto alcuna norma evidente. La sua morale è quella di molti uomini di ieri e di oggi: una morale passiva, che confonde la giustizia con l'assenza di colpa personale. Marongiu ci mostra però il limite profondo di questa posizione: quando la rettitudine si ferma all'obbedienza e non si traduce in azione, rischia di diventare una forma di complicità silenziosa seppure inconsapevole.
Felice, al contrario, incarna una morale inquieta, meno rassicurante, ma per il periodo forse più autentica? Non vuol dire giusta però: travalica la libertà, il sentimento, la dignità, la persona della figlia. Quasi a volerla l'ombra della sua esistenza inquieta. La sua rettitudine non è fondata solo sulle regole, ma su un senso interiore di giustizia che lo mette in crisi. È un uomo che dubita, che si interroga, che avverte il peso morale di ciò che accade anche quando non ne è direttamente responsabile.
Il confronto tra Ignazio e Felice è uno dei passaggi morali più forti del libro. Marongiu non condanna apertamente Ignazio, né idealizza Felice, ma mette il lettore davanti a una scelta etica precisa: è più giusto chi non sbaglia o chi non accetta l'ingiustizia anche a costo di esporsi? In questa tensione si gioca il messaggio morale del romanzo, estremamente attuale. Oggi, come allora, viviamo in una società in cui molte ingiustizie sopravvivono non a di per la violenza esplicita di pochi, ma per la correttezza silenziosa di molti.
Attraverso Ignazio e Felice, La gabbia ci suggerisce che la vera rettitudine non è neutralità, ma responsabilità. Essere moralmente giusti non significa solo rispettare le regole, ma avere il coraggio di interrogarsi, di prendere posizione e, quando necessario, di rompere il silenzio. È questa la morale più profonda del libro: la giustizia non nasce dall'ordine, ma dalla coscienza.

Conclusione
In "La gabbia di Pinuccia", la resilienza non è mai eroica né proclamata: è silenziosa, ostinata, spesso invisibile. È la capacità di resistere quando tutto sembra già deciso, quando la solitudine, l'ingiustizia e il dolore sembrano avere l'ultima parola. La forza dei personaggi non sta nel non cadere, ma nel continuare a credere, anche quando ogni evidenza suggerirebbe di smettere. L'amore di Ignazio e Pinuccia è solo sopito come protetto nell'intimità dei due personaggi.
La storia ci insegna che la verità, per quanto soffocata, non può essere cancellata. Può essere rinviata, nascosta, distorta, ma alla fine trova il modo di emergere, perché è sostenuta dalla perseveranza di chi non rinuncia a darle voce. In questo senso, la verità trionfa non per improvvisa rivelazione, ma per fedeltà: fedeltà a sé stessi, alla giustizia, alla dignità dell'altro.
Fondamentale è anche il credere nell'amore, non come sentimento ingenuo o salvifico, ma come scelta morale. Un amore che resiste, che non possiede, che non chiude in una gabbia, ma riconosce l'altro come uguale. Marongiu ci ricorda che l'amore autentico non domina né umilia: libera. Ed è proprio questa idea di amore a diventare atto di resistenza contro ogni forma di sopraffazione.
La speranza, nel romanzo, non nasce quando le cose migliorano, ma quando sembrano definitivamente perdute. È una speranza fragile, ma tenace, che vive nella convinzione che nessuna condizione disumana sia naturale o irreversibile. È la speranza che spinge a non accettare l'ingiustizia come destino e a credere che un cambiamento sia possibile, anche quando appare improbabile.
Centrale è poi il messaggio dell'uguaglianza nei sentimenti e nei rapporti umani. Nessuno ha il diritto di valere meno, di amare meno, di essere ascoltato meno. La gabbia afferma con forza che la dignità non dipende dal ruolo sociale, dal genere, dalla forza o dal potere, ma appartiene a ogni essere umano allo stesso modo. Dove questa uguaglianza viene negata, nasce la gabbia; dove viene riconosciuta, inizia la libertà.
Infine, la giustizia e la vera amicizia emergono come legami profondi, capaci di opporsi all'indifferenza. L'amicizia autentica non è neutralità, ma presenza; non è prudenza, ma scelta. È il coraggio di stare accanto all'altro anche quando costa, di non lasciarlo solo nella sua verità. In questo senso, l'amicizia diventa uno degli strumenti più potenti contro l'ingiustizia.
La gabbia si chiude così come una testimonianza necessaria: ci ricorda che la libertà nasce dalla resilienza, che la verità ha bisogno di tempo ma non muore, che l'amore può essere atto di giustizia, che la speranza è una responsabilità e che l'amicizia vera è una forma alta di coraggio civile. É un libro che non consola, ma chiama: a scegliere, a resistere, a non restare spettatori. Perché ogni gabbia sopravvive solo finché qualcuno accetta di chiamarla normalità.

 

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